“Ferro sette” di Francesco Troccoli – recensione di Gian Filippo Pizzo Ferro sette di Francesco Troccoli Anno 2012 – Curcio Prezzo € 15,90 – 319 pp. ISBN 9788897508205 Una recensione di Gian filippo Pizzo VOTA QUESTO TESTO Insufficiente Sufficiente Discreto Buono Ottimo Votanti: 5239 Media 80.05 % Ferro sette Francesco Troccoli ha pubblicato per Curcio Ferro Sette (319 p., € 15,90), romanzo che a pochi mesi dall’uscita sta già avendo un buon successo. Troccoli appartiene a quella schiera di scrittori che hanno una preparazione scientifica – come l’ingegnere Gadda o il chimico Primo Levi – ma nonostante ciò un approccio decisamente umanistico alla scrittura. E infatti laureato in farmacia e dopo aver lavorato per una multinazionale del settore oggi traduce testi tecnici, e scrive. Di lui avevamo apprezzato diversi racconti soprattutto per la sua capacità di descrivere ambienti in maniera minuziosa e personaggi molto credibili anche se inseriti in contesti decisamente fantastici. Il romanzo, Ferro Sette (è il nome della miniera su un pianeta lontano dove si svolge gran parte della vicenda), ha una trama che potrebbe sembrare già letta tante volte. Siamo in un lontanissimo futuro in cui l’umanità ha colonizzato numerosi pianeti nei quali si sono sviluppate civiltà differenti ciascuna con caratteristiche diverse, ma dove purtroppo restano i difetti tipici dell’umanità: cupidigia, sete di potere, vigliaccheria, sopraffazione, strapotere economico e così via (ma per fortuna si sono conservati anche i pregi dei soliti pochi: altruismo, fiducia nel futuro, lealtà, amore, generosità). Il protagonista, Tobruk Ramarren, ex militare e attualmente cacciatore di taglie, viene inviato alla miniera che in qualche modo si è opposta al regime e la scoprirà diretta da un suo ex commilitone e grande amico, che è anche custode di un importante segreto e che sta progettando una rivolta dalla portata planetaria. Dopo aver vissuto per qualche tempo a Ferro Sette, Tobruk decide di non voler partecipare alla rivolta ma anche di non voler tradire i suoi nuovi amici e quindi fugge su un altro pianeta. Ma poi cambia idea e torna per partecipare alla rivoluzione. Questa sintesi non rende giustizia al romanzo, che è ricco di ben altri e più profondi significati: c’è quello economico/sociale con la descrizione dell’assetto della società futura, lo sfruttamento degli operai e la necessità di una rivoluzione “dal basso”, c’è il percorso che segue il protagonista per arrivare alla piena conoscenza di sé (il classico romanzo di formazione, anche se il personaggio è già adulto), c’è la valutazione antropologica di un possibile sbocco futuro dell’uomo, ci sono personaggi disegnati vividamente e che si imprimono nella memoria del lettore, c’è l’aspetto tecnologico e c’è quello d’azione, unitamente a tanti altri spunti minori ma non meno importanti… anzi, se una critica si può fare all’opera è proprio di aver tirato in ballo forse troppe cose e di non averle potute sviluppare adeguatamente. Ma non ha senso criticare quello che non c’è: godiamoci invece un’avventura ben congegnata, ben scritta, che fa riflettere e che al di là dell’ambientazione è adatto anche a chi non ama la fantascienza. Una recensione di Gian filippo Pizzo da Progetto Babele

Ferro sette di Francesco Troccoli 

Anno 2012 – Curcio
Prezzo € 15,90 – 319 pp.
ISBN 9788897508205 

Una recensione di Gian filippo Pizzo
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Insufficiente Sufficiente Discreto Buono Ottimo
Votanti: 5239
Media 80.05 %

Ferro sette

Francesco Troccoli ha pubblicato per Curcio Ferro Sette (319 p., € 15,90), romanzo  che a pochi mesi dall’uscita sta già avendo un buon successo.  Troccoli appartiene a quella schiera di scrittori che hanno una preparazione scientifica – come l’ingegnere Gadda o il chimico Primo Levi – ma nonostante ciò un approccio decisamente umanistico alla scrittura. E infatti laureato in farmacia e dopo aver  lavorato per una multinazionale del settore oggi traduce testi tecnici, e scrive. Di lui avevamo  apprezzato diversi racconti  soprattutto per la sua capacità di descrivere ambienti in maniera minuziosa e personaggi  molto credibili anche se inseriti  in contesti decisamente fantastici.

Il romanzo, Ferro Sette (è il nome della miniera su un pianeta lontano dove si svolge gran parte della vicenda), ha una trama che potrebbe sembrare già letta tante volte. Siamo in un lontanissimo futuro in cui l’umanità ha colonizzato numerosi pianeti nei quali si sono sviluppate civiltà differenti ciascuna con caratteristiche diverse, ma dove purtroppo restano i difetti tipici dell’umanità: cupidigia, sete di potere, vigliaccheria, sopraffazione, strapotere economico e così  via (ma per fortuna si sono conservati anche i pregi dei soliti pochi: altruismo, fiducia nel futuro, lealtà, amore,  generosità).  Il protagonista, Tobruk Ramarren, ex militare e attualmente cacciatore di taglie, viene inviato alla miniera che in qualche modo si è opposta al regime e la scoprirà diretta da un suo ex commilitone e grande amico, che è anche custode di un importante segreto e che sta progettando una rivolta dalla portata planetaria. Dopo aver vissuto per qualche tempo a Ferro Sette, Tobruk decide di non voler partecipare alla rivolta ma anche di non voler tradire i suoi nuovi amici e quindi fugge su un altro pianeta. Ma poi cambia idea e torna per partecipare alla rivoluzione.

Questa sintesi non rende giustizia al romanzo, che è ricco di ben altri e più profondi significati: c’è quello economico/sociale con la descrizione dell’assetto  della società futura, lo sfruttamento degli operai  e la necessità di una rivoluzione “dal basso”,  c’è il percorso che segue il protagonista per arrivare alla piena conoscenza di sé (il classico romanzo di formazione, anche se il personaggio è già adulto), c’è la valutazione antropologica di un possibile sbocco futuro dell’uomo, ci sono personaggi disegnati vividamente e che si imprimono nella memoria del lettore, c’è l’aspetto tecnologico e c’è quello d’azione, unitamente a tanti altri spunti  minori ma non meno importanti… anzi, se una critica si può fare all’opera è proprio di aver tirato in ballo forse troppe cose e di non averle potute sviluppare adeguatamente. Ma non ha senso criticare quello che non c’è: godiamoci invece un’avventura ben congegnata, ben scritta, che fa riflettere e che al di là dell’ambientazione è adatto anche a chi non ama la fantascienza.

Una recensione di Gian filippo Pizzo

da Progetto Babele

 

 

GIORGIO CICOGNA: Un precursore della fantascienza italiana -di Gian Filippo Pizzo

GIORGIO CICOGNA: Un precursore della fantascienza italiana

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Giorgio Cicogna è stato uno dei precursori della fantascienza italiana, importante soprattutto in quanto una figura quasi unica di scienziato-scrittore. Sebbene gli si debba una sola opera, una raccolta di racconti, il suo nome è stato regolarmente citato in tutte le storie della fantascienza nel nostro Paese. Molto probabilmente nella maggior parte dei casi si è trattato di citazioni di seconda mano, cioè riprese dalle trattazioni precedenti, perché la sua opera è stata per lunghi anni indisponibile e le poche copie sopravvissute del suo libro in mano a collezionisti. Solo nel 2012 il suo testo è stato ripubblicato permettendone così la conoscenza diretta.
Nato a Venezia da famiglia nobile (fra i suoi antenati pure un doge) intraprese la carriera militare dopo aver frequentato l’Accademia Navale di Livorno, partecipò alla Prima Guerra Mondiale come comandante di un sommergibile e si congedò nel 1929, occupandosi come addetto alla propaganda di un’industria ma dedicando tempo sia alla scrittura che all’attività di scienziato. In questo campo aveva già inventato l’idrofono, uno scandaglio acustico per rilevare la presenza di sottomarini, mentre nel 1931 vinse un premio del C.N.R per l’invenzione di un segnalatore di rotta che premetteva alle navi di annunciare reciprocamente la loro presenza nella nebbia (che fu lodato anche da Marconi). Stava lavorando a Torino alla messa a punto di un motore a reazione quando un’esplosione dello stesso mise fine alla sua esistenza, a poco più di 33 anni.

Le sue uniche opere pubblicate, entrambe nel 1931 ed entrambe per la casa editrice L’Eroica, furono una raccolta poetica e una antologia di racconti, che ebbero molto successo e il plauso di personalità quali Elsa Morante. Se anche nelle poesie dei Canti per i nostri giorni possiamo ritrovare il tentativo di coniugare due mondi apparentemente distanti, quello della letteratura e quello della scienza (indicative liriche quali “Inno alla matematica”, la leopardiana “Alla natura” o “Lo stelo d’oro” indirizzata agli uomini del futuro) è nei racconti de I ciechi e le stelleche questo rapporto viene meglio analizzato.

ciechi-stelleIl tratto comune dei racconti è l’aspirazione, derivata dalla sua formazione tipicamente positivista e forse anche al coevo movimento del Futurismo, da parte dell’uomo a superare i limiti della natura salvo poi arrendersi alla consapevolezza che l’universo è molto più grande e misterioso. E tuttavia l’uomo non deve arrendersi, deve andare avanti anche con la forza della fantasia. Così non importa se Alvise il protagonista di “L’uomo, la donna e i bambini”, vede il suo esperimento di vita artificiale distrutto dai figli che scambiano quella specie di medusa per un rospo; non importa se Cubra di “Beffa del cielo”, inventore di un telescopio potentissimo, viene deriso dagli incompetenti; non importa se il Màtter di “Asse del Mondo” che ha trovato il modo di raddrizzare l’asse terrestre venga prima osannato e poi dimenticato. Come dice di “Quen-lì” del racconto omonimo, ultimo discendente di una razza cinesa che decide di andare in catalessi e risvegliarsi fra trecento anni: Forse allora potrà trovare l’evoluzione degli uomini più avanzata, potrà trovare un ambiente che gli permetta di vivere senza soffrire. Bisogna andare avanti mantenendo la speranza. In altri racconti Cicogna ci narra di un abitante di Saturno che giunge sulla Terra e con la forza del suo magnetismo uccide uno scienziato e ne fa impazzire un altro, trovando poi ospitalità nel corpo del direttore dell’istituto che però crede agli spiriti (“I due resconti”); oppure della civiltà creatasi nelle caverne sottomarine dopo che l’oceano ha coperto l’America e che ambisce a ritrovare il Cielo, chiamato “Ovigdòi” (titolo del racconto).

Come si vede Cicogna si cimenta un po’ in tutte le branche della scienza, spaziando dalla fisica all’astronomia, dalla biochimica all’ecologia, mantenendo però il ruolo centrale dell’uomo, e proprio questo gli merita il titolo di pioniere della fantascienza italiana. Certo il suo linguaggio è aulico e poco adatto ai nostri tempi e la costruzione dei racconti, che pure gli valse il plauso di Salvator Gotta, oggi è da considerarsi inadeguata, ma restano il fascino del suo approccio al tema, che riesce a coinvvolgere il lettore, e la profondità delle sue riflessioni sulla natura umana. Come scrive lui stesso nello scritto autobiografico Scienza e poesia, pubblicato in appendice all’edizione 2012 della sua raccolta (che contiene anche un racconto inedito, “Il muro”): bisogna «proiettare lungo le vie dell’infinito il nostro desiderio di soprannaturale, e cercare di spegnere la nostra sete con l’acqua della conoscenza». (GFP)

Bibliografia
I ciechi e le stelle (1931), Incontri Editrice, 2012

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Ucronia e Distopia: Fantafascismo e Fantamarxismo – di Walter Catalano e Gian Filippo Pizzo

Ucronia e Distopia: Fantafascismo e Fantamarxismo – di Walter Catalano e Gian Filippo Pizzo

di Walter Catalano e Gian Filippo Pizzo

Tratto, con modifiche, dal box “Ucronia” di prossima pubblicazione presso Odoya nel volume Guida ai narratori fantastici italiani di Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo e Andrea Vaccaro.

L’ucronia, chiamata anche “storia alternativa”, “allostoria” e a volte “fantastoria” (che però avrebbe dei parametri leggermente diversi e più estesi), è un sottogenere della fantascienza in cui s’immagina che un certo avvenimento del passato si sia svolto in maniera diversa che nella realtà. Ad esempio, che Napoleone non sia stato sconfitto a Waterloo o che Hitler abbia vinto la Seconda Guerra Mondiale. E’ un genere che presenta molte difficoltà, almeno se l’autore vuole scrivere un’opera valida, perché lo sviluppo della storia immaginaria deve essere coerente sia con la premessa – l’avvenimento scelto come spartiacque – che con quello che è avvenuto veramente nella realtà, in particolare le nuove tecnologie e la diffusione dei mezzi di comunicazione.

Se il genere, come abbiamo detto, è oggi a pieno titolo inglobato nella fantascienza, in Italia la sua nascita è autonoma: il primo esempio è stato un saggio di storia immaginaria scritto da Lorenzo Pignotti e intitolato Storia della Toscana sino al Principato (1813), in cui si immagina che Lorenzo de’ Medici non muoia nel 1492 e riesca a salvare l’Italia dalle invasioni straniere e addirittura a impedire il diffondersi del Protestantesimo in tutta Europa. Gli esempi successivi saranno molto più tardi ma tutti nell’ambito della narrativa e per la maggior parte con un solo avvenimento cardine: il Fascismo; se infatti a livello internazionale gli eventi più presenti sono proprio quelli citati sopra – Napoleone e la Seconda Guerra Mondiale – e se negli Stati Uniti si immagina invece un diverso risultato della Guerra di Secessione o il mancato omicidio di John Kennedy, da noi l’argomento più controverso è proprio la dittatura mussoliniana.

Ecco quindi che Marco Ramperti nel suo Benito I, Imperatore (1950) mostra Mussolini entrare trionfalmente a Roma il 25 aprile 1945 su un cavallo bianco per festeggiare la vittoria dell’Asse, grazie alla bomba atomica; e nel 1973 Lucio Ceva nel suo Asse pigliatutto ipotizza che un certo generale Doriani riesca a convincere Ciano, Mussolini e di conseguenza anche Hitler a non dichiarare guerra agli Stati Uniti, che così combatteranno solo nel Pacifico contro il Giappone, mentre in Europa la guerra finirà con la cacciata dell’URSS oltre gli Urali e con la Gran Bretagna che perde i possedimenti in Medio Oriente (ma l’Italia, nonostante il suo Impero, sarà sempre succuba della Germania). Se il primo è molto apologetico (Ramperti passò sedici anni in galera per i suoi comportamenti filo fascisti e razzisti) il secondo è più critico. Ma torneremo più avanti sui libri di “fantafascismo” più recenti, intanto vediamo altri esempi di ucronie italiane.

La più importante e di gran lunga la migliore è Contro-passato prossimo: un’ipotesi retrospettiva (1975), di Guido Morselli (1912-1973), autore che già aveva sfiorato l’ucronia senza abbandonarvisi completamente anche in Roma senza papa. Cronache romane di fine secolo ventesimo (1974) e Divertimento 1889 (1975). Nel romanzo più importante dello sfortunato scrittore suicida, la modalità dell’ucronia è improntata più sulla descrizione e la narrazione della divergenza – gli esiti della Prima Guerra mondiale – che sulla rappresentazione di un universo autonomo generato da un nexus event, e in questo risulta un po’ datata: la divergenza principale affrontata è l’organizzazione, da parte degli Imperi centrali, dell’operazione Edelweiss (che consente di trasformare la guerra di trincea in un blitzkrieg vittorioso), ma Morselli inserisce anche un nexus eventsecondario piuttosto importante: il fortuito rapimento del Kaiser, da parte di un pilota inglese, porta comunque al dissolvimento del Reich e alla trasformazione della Germania in una repubblica, nonostante il risultato bellico positivo. Il linguaggio militare e strategico sono utilizzati in maniera estremamente pertinente e la ricostruzione della situazione politica del contesto storico è accuratissima, mentre Von Allmen, che potrebbe essere considerato il protagonista, ha un ruolo, rispetto al corso degli eventi, in fondo, piuttosto marginale, lasciando emergere invece una struttura polifonica che ricorda non poco The Man in The High Castle di Philip K. Dick.

Opera più recente, Il cavallo di Federico (1991) di Giorgio Ruffolo, già ministro dell’ambiente, è ambientato nel 2077 in una Palermo-Aziz ridivenuta capitale politica e culturale ma prende le mosse dal Duecento, quando Federico Barbarossa riesce a unificare la Penisola sotto un’unica bandiera, con sei secoli di anticipo rispetto alla realtà; mentre Ascolta, Israele (1991) di Ugo Bonanate si spinge molto lontano cronologicamente: dopo la morte di Gesù sulla croce le primissime comunità cristiane vengono distrutte e di conseguenza sarà l’ebraismo la religione predominante dei paesi occidentali. Entrambe queste ipotesi sono parzialmente contemplate ne Il volo dell’Aquila (2014) di Tullio Bologna, raro esempio di ucronia inserita in una trama fantasy, dove si descrive un mondo parallelo in cui nel periodo della decadenza dell’Impero Romano la magia ha preso il posto della religione e il protagonista tenta di riunificare l’Italia. Un autore che ha coltivato con impegno il genere è il giornalista RAI Giampietro Stocco, al quale si devono Nero italiano(2003) e il suo seguito Dea del caos (2005), Dalle mie ceneri (2008), Nuovo mondo(2010) e La corona perduta (2013). Nero italiano racconta le avventure di un giornalista della Tv di Stato, Marco Diletti, invischiato suo malgrado in una congiura politica, mentre sullo sfondo abbiamo ancora nel 1975 il regime fascista retto da un settantenne Galeazzo Ciano, regime molto ammorbidito e mantenutosi grazie al fatto che l’Italia imitando la Spagna si mantenne neutrale ma adesso si ritrova isolata in una Europa dominata dalla Germania unificata e all’interno alle prese con il nascente movimento studentesco. Il seguito è ambientato trent’anni dopo, Marco è in pensione ma gli eventi precedenti hanno ancora un peso, mentre l’Italia si ritrova spaccata in tre: a Nord Est c’è un protettorato tedesco, il resto del Nord ha proclamato la Repubblica Democratica Cisalpina e nel Sud vige un regime comunista. I due romanzi sono a metà fra il thriller e la spy story in un ambiente fantastorico ma non rivelano alcun sostrato ideologico. Dalle mie ceneri prende spunto dalla guerra tra Gran Bretagna e Argentina per il possesso delle isole Falkland/Malvinas, immaginando che Argentina e Cile si siano fuse in un unico Stato di nome Cono Sur e che il golpe di Pinochet non sia mai avvenuto; anche qui siamo in presenza di una vicenda individuale del tipo “intrigo internazionale”, con un protagonista alla ricerca di verità nascoste dal sistema politico che pure è di tipo socialista. Meno riuscito il più avventuroso, quasi salgariano, Nuovo mondo, in cui Cristoforo Colombo, accompagnato per l’occasione da Leonardo da Vinci, trova l’America già colonizzata. Altro radicale cambiamento di scena in La corona perduta, in cui Napoleone è morto durante la campagna d’Italia e di conseguenza nel 2006 è la Spagna dei Borboni la nazione egemone non solo dell’Europa, perché possiede Portogallo, Italia meridionale, mezzogiorno francese e tutta l’America latina.

Un ottimo scrittore che ha fatto dell’ucronia (assieme all’antiutopia) quasi un marchio di fabbrica è Pierfrancesco Prosperi, che già negli anni Sessanta scriveva racconti aventi a protagonisti Mussolini, il gerarca nazista Albert Speer (architetto come lui) e altri personaggi del periodo più buio della storia europea, ma senza nessun particolare sotteso ideologico. Tra le varie opere ricordiamo almeno Seppelliamo Re John (1973), che ha per tema gli uni­versi paralleli e la storia americana: il John del titolo è infatti il presidente Kennedy, e Prosperi immagina tre futuri possibili della storia americana in cui l’assassinio di Kennedy è sempre un avvenimento fondamentale che deve essere impedito, ma finisce con l’accadere (in uno dei tre futuri, ad esempio, Kennedy non viene ucciso a Dallas nel 1963, ma nel 1965 durante il suo secondo mandato); Garibaldi a Gettysburg (1993), in cui si immagina che il Veneto sia ancora sotto la domina­zione austriaca perché l’Eroe dei Due Mondi è andato a combattere nella Guerra di Secessione americana (nella realtà l’of­ferta gli fu fatta, ma Garibaldi rifiutò); Armageddon 2014, ambientato appena un anno dopo la pubblicazione in una Israele dove un giornalista italiano – ebreo – viene inviato per realizzare dei servizi sulla crisi politica che intanto subisce un peggioramento a causa dell’atteggiamento distruttivo dell’Iran di Ahmadinejad (il quale, nel futuro immaginato da Prosperi, sarà anco­ra il capo del Governo), pronto a far esplodere una potentissima bomba nucleare su Tel Aviv; Majorana ha vinto il Nobel (2016) nel quale il celebre fisico non scompare nel 1938 come fu nella realtà ma in un 1945 in cui la Seconda Guerra Mondiale non si è mai svolta, dopo un intrigo spionistico. Aldilà delle trame i romanzi di Prosperi sono ben condotti dal punto di vista della vicenda (sempre appassionante), ottimamente documentati, fedeli all’assunto che dicevamo all’inizio su come si crea un’ucronia perfetta e scritti con un linguaggio secco e preciso che cattura immediatamente il lettore.

Enrico Brizzi (che suscitò clamore con il suo Jack Frusciante ma poi ha scritto altri libri di successo) si dedica all’ucronia nel 2008 con L’inattesa piega degli eventi, ambientato nel 1960 a ridosso delle Olimpiadi romane, dopo che l’Italia aveva rotto in tempo l’alleanza con Hitler e si era schierata con i vincitori, era diventata una repubblica e aveva ampliato le sue colonie. Ma il regime fascista è sempre in piedi, anche se Mussolini è ormai morente e tra i gerarchi si è scatenata la lotta per la successione. Su questo sfondo si muove la vicenda di Lorenzo Pellegrini, giornalista sportivo che vorrebbe seguire le Olimpiadi ma che per punizione viene mandato a seguire il campionato di calcio in Africa Orientale, il cui vincitore parteciperà poi a una specie di Champions League tra le squadre dei vari possedimenti italiani (Corsica, Malta, Albania… ). Nella colonia scoprirà che ci sono fenomeni di corruzione, razzismo, scioperi e trame indipendentiste, violenza a vari livelli, insomma che la dittatura “morbida” esistente nella Repubblica Italiana è qui molto più pesante e che la propaganda di Stato nasconde questa situazione. Da un punto di vista tecnico L’inattesa piega degli eventi è uno degli esempi migliori di come si costruisce una storia ucronica esemplare e l’ambientazione è ben costruita, peccato però che la trama sia troppo infarcita di episodi collaterali, i personaggi siano poco credibili e lo stile di Brizzi piatto e senza personalità. Il romanzo ebbe comunque successo tanto che l’autore lo ha dotato di due prequelLa nostra guerra, che descrive l’adolescenza del protagonista negli anni Quaranta, e Lorenzo Pellegrini e le donne ambientato nei Cinquanta.

Nel novero della fantastoria va messo anche un bel romanzo di Carlo Bordoni, Il cuoco di Mussolini, in cui s’immagina che il duce passi qualche giorno in un paesino della Toscana a ridosso della Linea Gotica nel tentativo di contattare segretamente gli Alleati, teoria che del resto qualche storico ha avanzato ma di cui mancano prove: un’ucronia che dura solo pochi giorni, dopo di che tutto torna alla normalità. Un’antologia degna di menzione è Se l’Italia… curata da Gianfranco de Turris, con una serie di racconti che stravolgono avvenimenti storici a partire da Romolo (che non fondò Roma) per finire con Berlusconi, passando per Dante (che non scrisse la Commedia), Cristoforo Colombo (finanziato non dalla Spagna ma da Genova), il Grande Torino (che non si schiantò a Superga), eccetera. Simile a questa è Altri Risorgimenti, dove come si intuisce dal titolo sono eventi dell’epopea risorgimentale a venire distorti nella finzione narrativa. De Turris ha operato molto in questo campo, sia per l’ucronia più in generale ma ancora di più riguardo al fantafascismo: ha curato antologie, ospitato romanzi in collane da lui dirette e ha caldeggiato la pubblicazione di altre opere presso vari editori, e questo ci porta inevitabilmente ad affrontare la questione da un punto di vista più politico, a partire da un libro “ribaltabile” che ospita due racconti antitetici ma complementari, L’estate e l’invernodi Maurizio Viano e Supplemento d’indagine di Pierfrancesco Prosperi: un’ucronia comunista e una fascista, la prima ambientata nell’Italia del Nord, sopra la Linea Gotica, la seconda nel resto della Penisola.

E’ interessante chiedersi perché il sottogenere dell’ucronia abbia avuto tutta questa fortuna proprio a destra. I simpatizzanti degli sconfitti della Seconda Guerra mondiale si sono costruiti così una spicciola automitologia condivisa, una sorta di risarcimento immaginario al naufragio militare e politico e alla damnatio memoriae delle loro ideologie totalitarie. D’altra parte il pensiero della destra radicale ha sempre cercato di piegare programmaticamente la storia ad usum delphini, inventandosi mitologie funzionali alla propria autoassoluzione e autogiustificazione (basti pensare al negazionismo sui campi di concentramento) o ricostruzioni epiche del tutto idealizzate di una realtà storica ben più spietata e prosaica (ad esempio la “difesa” del bunker di Berlino ad opera della “migliore” gioventù europea, in realtà solo poche decine di fanatici come le Waffen SS francesi della Divisione Charlemagne – francesi proprio perché ormai ben pochi tedeschi sarebbero stati disposti a morire per il Führer). L’uso funzionale dell’ucronia appartiene esattamente a questo tipo di deriva, tanto che il fantafascismo possiamo identificarlo come una vera e propria categoria specifica.

Sebbene il personaggio di riferimento in questo settore sia il già citato Gianfranco de Turris, in realtà, per sua stessa dichiarazione (rintracciabile su internet), il gonfalone, anzi il gagliardetto della primogenitura va conferito a Riccardo Leveghi (1944-1984). Scrive De Turris: Avevo conosciuto epistolarmente una persona straordinaria che si chiamava Riccardo Leveghi, un mio coetaneo di Trento, poi morto nell’84. Nel ’64 aveva fatto una fanzine che si chiamava L’aspidistra, dal titolo di un libro di Orwell. Gli scrissi proprio in seguito alla lettura della rivistina. Leveghi, oltre ad essere un appassionato di fantascienza, poi diventato validissimo scrittore, era anche un militante di Avanguardia Nazionale. In seguito lo andai a trovare, e sugli scaffali della sua libreria trovai i libri di questo tal Julius Evola che, tramite Adriano Romualdi, ho poi conosciuto di persona, intorno al ’68. Tuttora De Turris è presidente della Fondazione Julius Evola e principale regista dell’operazione di inglobamento da parte dell’estrema destra delle figure di Tolkien (i Campi Hobbit furono, alla fine degli anni ’70, la risposta neofascista ai festival open airdell’opposta fazione) e di H.P. Lovecraft (già nei primissimi anni ’70 da De Turris entusiasticamente antologizzato sulla rivista La Destra, per Le Edizioni del Borghese, con un epistolario dove emerge il “meglio” del suo razzismo più becero).

Se le posizioni di De Turris sono però pubbliche e manifeste, quelle di Leveghi restano invece ambigue e oscure, tanto che alcuni suoi racconti (per altro obbiettivamente assai pregevoli) vengono pubblicati su riviste di tutt’altro orientamento politico come la Robot di Curtoni. Leveghi non scrive esattamente ucronie – a parte il racconto “Il fuoco della fenice”, pubblicato anche come “Storia di un anno”, che non a caso sarà ristampato nell’antologia ucronica Fantafascismo! compilata nel 2000 da De Turris – ma si dedica soprattutto a due cicli, uno “spaziale” dei deserti (ogni racconto con un colore diverso) e uno horror degli incubi (ognuno ambientato in una diversa città: il più noto è “Incubo romano”, incluso nel 1987 nel volume Racconti fantastici del ‘900, per gli Oscar Mondadori). La scrittura enigmatica e laconica di Leveghi è indubbiamente affascinante e non lascia trasparire se non in filigrana, alcun orientamento ideologico esplicito. Il capostipite dichiarato dell’ucronia fantafascista è invece Pier Carpi – di fatto solo in quest’unico testo, forse più provocatorio che effettivamente nostalgico – con “La morte del Duce”, pubblicato nel 1972 sullo storico n. 165 di Galassia, Fanta-Italia: 16 mappe del nostro futuro, seconda antologia interamente dedicata agli autori italiani, e poi ristampato nel 2000 nel volume-manifesto Fantafascismo!. Il racconto, epitome di tutta l’ucronia littoria, immagina un articolo fittizio del Corriere della Sera dove vengono descritti i funerali di Mussolini negli anni Sessanta, durante i quali il fascismo è ormai diventato l’ispiratore del terzomondismo rivoluzionario dai barbudos cubani alle Pantere Nere, i cui rappresentanti salutano romanamente, anziché col pugno chiuso, il passaggio del feretro: nel finale, per miracolo, dei fiori sbocciano sull’asfalto in Piazzale Loreto.

L’antologia di De Turris è un vero e proprio manifesto programmatico dell’ucronia neofascista declinata in tutte le sue sfaccettature: oltre al recupero di Pier Carpi e Leveghi, include tutta la consorteria destrorsa-tradizionalista legata all’Editore Solfanelli, alla collana Thule, alla rivista Dimensione Cosmica, al Premio Tolkien, con figure come Adolfo Morganti (direttore della casa editrice integralista cattolica Il Cerchio), Tullio Bologna, Marco De Franchi, accanto all’ex comunista Diego Gabutti e a inclassificabili come Piero Prosperi e Riccardo Valla (forse capitati lì solo perché amici personali di De Turris), due autori ancor più fortemente connotati come Errico Passaro e Mario Farneti. Il primo, oltre al racconto antologizzato e al brutto romanzo fantasy Le maschere del potereanche questo accusato di fascismo latente, aveva già pubblicato nel 1996 Gli anni dell’Aquila. Cronache dell’Ur-Fascismo 1922-2422, fortemente apologetico, in cui il “fascismo eterno” persiste persino dopo cinquecento anni di regime (volume ovviamente pubblicato, come del resto anche Fantafascismo!, da un editore di estrema destra, Settimo Sigillo, e conosciuto quasi esclusivamente in quell’ambiente). Il secondo – che si è sempre professato “non fascista” pur se le idee espresse nei suoi testi lo smentiscono ampiamente – ha ottenuto invece un’effimera notorietà con il romanzo Occidente(espansione dell’omonimo racconto incluso in Fantafascismo!) alla base di una trilogia edita dal 2001 al 2006 per Nord, editore estraneo all’area neofascista. Testi estremamente mediocri e nemmeno riusciti tecnicamente in base a quello che si diceva all’inizio (troppo irreali la variazioni storiche proposte) – in sostanza varianti sviluppate dello scenario del racconto di Pier Carpi (che almeno aveva il senso dell’ironia): un’Italia vittoriosa e fascista – dominati da un nostalgismo ingenuo e ridicolo. Per un breve periodo ispirarono perfino una orribile serie a fumetti Gli Albi di Occidente, il tutto per fortuna oggi caduto giustamente nel dimenticatoio.

Al contrario invece le premesse filosofiche antistoricistiche che, rimandando a Tilgher e a Evola, ispirano questa strumentalizzazione dell’ucronia, continuano a perpetuarsi fino all’attualità. Ancora nel 2018 infatti, De Turris cura per Bietti, Fantafascismi. Venti racconti di storia alternativa, raccolta di racconti che partendo programmaticamente da una citazione evoliana (per loro sfortuna non hanno niente di meglio…), immaginano sviluppi alternativi del regime mussoliniano: il gioco appare così ripetitivo e scontato da depotenziare nella noia qualsiasi velleità provocatoria o eversiva e risultare in fondo innocuo. Nella quasi totalità dei testi un personaggio più “simpatico”, secondo le preferenze dell’autore – che sia D’Annunzio, Balbo, Grandi, Ciano o Marinetti – fa le scarpe al duce e cambia il volto del regime, oppure è lo stesso Mussolini che si riscatta, per esempio non firmando i Patti Lateranensi o non alleandosi con Hitler, ecc. in base ai liberi estri dell’ucronista: ad ognuno il suo fascismo su misura… I nomi sono quelli dei soliti “camerati”- come Farneti, Passaro, Bologna, – o degli “apolitici” – come Altomare o Prosperi, – più vari autori nuovi e meno noti.

Se in questi suoi sviluppi senili il fenomeno sembrerebbe ridursi ormai a poco più del vezzo folkloristico e solipsista di una banda di goliardi fuori tempo massimo, un po’ come una gita sociale al cimitero di Predappio con degustazione di lambrusco etichettato col testone del duce, altri tragici fatti recenti potrebbero invece smentire tale rassicurante interpretazione. Il sonno della ragione dell’ucronia volta a fini propagandistici, della contaminazione fra letteratura fantastica ed evolismo o evolomania, in equilibrio precario fra neofascismo nostalgico e tradizionalismo esoterizzante e razzista, può davvero generare mostri: il caso di Gianluca Casseri, frequentatore di Lovecraft e Tolkien, oltre che di Casa Pound, e autore con Enrico Rulli (per altro estraneo alle patologie ideologiche del collega) del romanzo fantastico – non ucronico e non nostalgico ma “esoterico”- La chiave del caos, con prefazione di Gianfranco de Turris – e di un lungo saggio sull’ucronia, dovrebbe costituire un lugubre monito: nessuna alternativa ucronica può riscrivere le vite dei due innocenti senegalesi da lui uccisi a colpi di 44 magnum per le vie di Firenze nel 2011.

Si potrebbe pensare che se esiste un fantafascismo possa esistere qualcosa di analogo sul versante opposto dello schieramento politico, un “fantacomunismo” o qualcosa del genere. Non è così, per un semplice motivo. Il popolo della sinistra, a maggior ragione quello radicale, ma anche i più moderati, non si è mai definito “antimoderno”, non ha rinnegato i principi dell’Illuminismo, della Rivoluzione francese, del pensiero critico marxiano, degli esiti militari della Seconda Guerra mondiale: marxianamente non si è limitato a interpretare il mondo ma ha cercato di cambiarlo e ha creduto che funzione primaria della letteratura fosse anche contribuire a questa lotta e non solo a creare oasi immaginali ideali, impermeabili all’attrito delle forze storiche e sociali. La sinistra è critica anche nei confronti della sua stessa parte, non condanna a priori i mutamenti della società, insomma coesiste con uno zeitgeist non vincolato a idee preconcette, a incapacitanti prospettive mitiche e pseudo-misticheggianti come invece è la destra, soprattutto quella radicale. Pertanto gli autori che condividono idee progressiste preferiscono all’ucronia la distopia: scrivono mostrandosi critici verso le storture della società, di cui estrapolano le tendenze negative proiettandole nell’immaginario, e non per inventarsi la visione idilliaca di una allostoria a loro uso e consumo.

Riguardo alla valenza politica della science fiction una semplice constatazione: nata sulle tracce del positivismo, dell’utopia e come estensione della narrativa di viaggio, imbevuta del senso del meraviglioso che avrebbe portato il futuro, dopo la Seconda Guerra Mondiale si è trasformata in una letteratura che criticava la guerra, il militarismo, il colonialismo, l’uso della scienza a scopi militari, i totalitarismi, lo strapotere economico dei poteri forti, il ruolo essenziale e devastante della pubblicità, eccetera, attingendo adesso ai paradigmi dell’antiutopia. Come giudicare una forma di narrativa che affronta problemi come la sovrappopolazione, l’inquinamento, l’ecologia, la funzione dell’individuo nella società, la crisi economica, il ruolo del “diverso” (gli alieni della fantascienza, o i mutanti, sono paragonabili agli immigrati della vita reale), il valore della vita, l’uguaglianza tra le persone e così via? A questo proposito sarebbe bene leggere o rileggere il saggio Fantascienza e comunismo (La Salamandra, 1979) del succitato Diego Gabutti.

Dunque un’ucronia di sinistra, è un evento piuttosto sporadico e non sempre molto significativo: fa eccezione pur nella sua bizzarria anacronica più che ucronica – e ci teniamo a citarlo per il nostro profondo amore e ammirazione verso l’autore – solo Aprire il fuoco, di Luciano Bianciardi (1922-1971), romanzo altamente sottovalutato da critica e pubblico e scritto dallo sfortunato autore nel 1969, il momento più tragico del gravissimo problema di depressione e alcolismo che lo avrebbe precocemente condotto alla tomba due anni dopo; la descrizione di una Milano in cui le 5 Giornate sono avvenute nel 1959 in un Lombardo-Veneto ancora in mano austriaca e in cui sulle barricate rivoluzionarie si affiancano Carlo Cattaneo, Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Esiste invece una solida produzione di opere di fantascienza dichiaratamente – cioè aldilà delle tematiche appena ricordate – progressista. Troppe per poterle citare tutte, ma va fatto almeno il nome di un autore, Vittorio Catani, che sostiene esplicitamente che la sua produzione si può in larga parte inquadrare in una sorta di “fantamarxismo” (non pre­tende infatti — scrive l’autore — il mar­xismo di essere una scienza?), visto con occhio critico ma senza abbandonare l’ideologia di fondo. Proprio Catani è curatore di un’antologia in tema – Il futuro nel sangue:19 fantapologhi sul potere, pubblicato nel 2003 come numero speciale della rivista Carmilla, allora ancora cartacea – mentre nello stesso ambito ricordiamo – se ci è concesso autocitarci – almeno le due raccolte Ambigue utopie: 19 racconti di fantaresistenza e Sinistre presenze: 17 racconti horror impegnati, la prima rigidamente di fantascienza e con qualche racconto ucronico, la seconda più orientata sul versante fantastico-orrorifico ma con lo stesso impianto.

da CarmillaOnline 

“Nostra Signora degli alieni” – recensione di Maro Gazzola

Storie di fantareligione

Storie di fantareligione

Written by   27 Aug 2018

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Mentre il papa percorre l’atteso calvario mediatico per le nequizie temporali del suo staff, l’antologia Nostra Signora degli Alieni di Pizzo e Catalano estende la visione della religione ai futuri più incredibili e al cosmo intero.


Per riaccendere la scintilla del divino è necessaria una scossa
(Franco Ricciardello)

Magari anche quella di un’antologia di fantascienza, no?urania
Una raccolta di racconti è sempre promessa golosa per il lettore (checché pare il genere vada poco di moda in realtà): in questa, 14 racconti, 14 visioni di futuro, 14 viaggi nei mondi di altrettanti autori italiani, giovani e navigati, classici e innovatori. Se poi l’antologia ha anche uno sfizioso tema unificante, la sfida è più alta perché ognuno di loro dovrà misurarsi sul tema assegnato.

sinistreambigueNostra Signora degli Alieni (copertina in alto, come si conviene al tema), a cura di Walter Catalano e Gian Filippo Pizzo – la strana coppia che l’anno scorso curò la bella Variazioni Gernsback (Urania 1643, copertina sopra a destra) sulla s/f musicale e altre per Bietti (Sinistre presenze nel 2013 e Ambigue Utopie nel 2016, cover ai lati) – alza ulteriormente il tiro puntando il mirino nientemeno che sull’Altissimo. L’ha pubblicata Homo Scrivens nel 2017, ma quale miglior momento per parlarne di quello attuale, in cui il pontefice affronta gli strali della società irlandese, che si sente tradita dai suoi ministri?
inrigodsNella bell’introduzione I labirinti della fantareligione, i curatori dell’antologia Walter Catalano e Gian Filippo Pizzo ci ricordano la ricca tradizione di classici della s/f letteraria che hanno toccato tematiche spirituali, dai più vari punti di vista: Farmer, Zelazny, Heinlein, Herbert, Bradbury, Sheckley e molti altri, fra cui il beffardo Moorcockdi I.N.R.I. (cover a sinistra) – cui si può collegare “al contrario” Trentasei ore di Donato Altomare, che apre l’antologia con un viaggio all’indietro nel tempo che sarà la vera causa (tecnologica) della resurrezione del Salvatore – e il crepuscolare American Gods di Gaiman (cover a destra, oggi divenuto serie tv).
Policroma anche l’italica pattuglia qui raccolta, benché si respiri un afflato spirituale complessivamente ridotto (o tempora), che tende a vedere la religione del futuro come un surrogato hi tech di esperienza spirituale (Denise Bresci e Michele Nigro), una menzogna a tutela di un ordine mondiale distopico (Lukha B. Kremo), se non una pagliacciata cosmica tout court (Roberto Guarnieri); oppure una poco futuristica (ma documentatissima) disamina sulle ancor meno spirituali manovre della finanza vaticana di Pierfrancesco Prosperi, che solo nel finale chiude con la speranza di una rinascita di spiritualità su un pianeta lontano. Anche Vincenzo Bosica, con la singolare visione dell’eutanasia nel suo Aldilà (scritto come formula matematica) mostra una Chiesa impegnata in una competizione assai poco spirituale con le altre fedi sul terrore del “dopo”.
Ma anche lo spumeggiante Andrea Carlo Cappi (di solito colonna portante di Segretissimo, poco incline al misticismo per come lo conosco) costruisce col suo Assassinio nell’astrocattedrale un vorticoso tour de force fra viaggi spaziali, temporali, trifidi di Wyndham e cloni umanoidi antropofagi, manovrati da un Vaticano dotato di tecnologica prescienza e potenzialità di viaggio spaziotemporali un tempo precipue solo a Lui; ma che se invece che Vaticano si chiamasse Spectre poco toglierebbe alla sua pur appassionante novella.
goyaChi nel lotto di Nostra Signora degli Alieni spicca per aver davvero messo a fuoco una tematica spirituale di una certa profondità secondo me sono Francesco Grasso che, nel suo L’ultima spiaggia, affronta il senso del dolore e del perdono nello scenario (pur non privo d’ironia) del trapasso di anime morte da un futuribile Stige; senso del dolore che indaga anche il conclusivo e straziante Requiem di Michele Tetro, che ci ripropone nientemeno che il nucleo centrale della nostra religione, la crocefissione sul Golgota, tragicamente ripetuta come un video clip in loop o una partita di video game. Forse la stessa ripetizione che afferma di rivivere ogni volta la liturgia? Peccato che il racconto sia troppo breve per tematizzare meglio un’idea così forte. E anche Franco Ricciardelloche, con L’esercito segreto (da cui proviene la citazione in apertura), connette lo gnosticismo caro a Dick con le infernali visioni dei quadri di Goya e una complessa rete di riferimenti biblici apocrifi, filosofici e apocalittici (peccato solo che chiuda con un finale che sembra più l’elogio della femme fatale che della gnosi).croci
Ambizioso e molto architettato anche il Clay di Alessandro Morbidelli ambientato in una glaciale Venezia postapocalittica, il cui senso del nuovo Avvento però a me è rimasto impenetrabile. Mentre il Risveglio in un cratere lunare di Gesù e di Satana insieme è solo il fattore scatenante della ripresa di un’eterna rivalità fra divinità ben più ancestrali di loro, nell’omonimo racconto di Stefano Carducci e Alessandro Fambrini.
3rdCome in ogni antologia, anche in Nostra Signora degli Alieni c’è il buono (per me, s’è capito, Grasso, Ricciardello, Cappi e Tetro su tutti) e il meno buono, che sempre secondo il sottoscritto culmina coll’inutile “campanilismo spaziale” del raccontino del barese Vittorio Catani, la cui presenza si giustifica solo col voler mettere in indice un nome vip della s/f italiana. Ma se, ascoltando i telegiornali di questi giorni sulle traversie papali nella piovosa Irlanda (da cui proviene la foto cosmica qui a lato) vi viene da dire “dove andremo a finire?”… non potete esimervi dalla lettura delle 14 ipotesi qui raccolte da Pizzo e Catalano.
I quali sembra abbiano già diverse altre antologie pronte in rampa di lancio e ancora inedite, quindi attendiamo avidamente, da bravi… fedeli.

Mario G

P.S.: le due foto d’Irlanda sono state scattate da Mario G rispettivamente al monastero di Clonmacnoise e sulla mistica Giant Causeway.
Per l’Aquelarre di Goya e le copertine dei libri citati e linkati, Posthuman ringrazia come sempre i rispettivi titolari, musei autori ed editori.

da Posthuman