Karel Thole, pittore di fantascienza – di Gian Filippo Pizzo

Karel Thole, pittore di fantascienza


Gli appassionati li hanno chiamati “i cerchi di Thole”: sono quei cerchi che sulle copertine di “Urania” racchiudevano il disegno che illustrava il romanzo presentato, e che furono il segno distin¬tivo della nota pubblicazione mondadoriana per vari lustri (per l’esattezza dal giugno 1964 al 1996), tanto da essere più volte imitati da altri editori. I cerchi di Thole (la locuzione è stata anche usata per presentare varie mostre dell’Artista) non li aveva per la verità inventati lui, ma Anita Klinz, l’art director della Casa Editrice, che in quel periodo aveva provveduto ad un restyling delle collane da edicola, decidendo di concentrare appunto in un cerchio l’illustrazione di copertina. E questo valeva tanto per “Urania”, che aveva la copertina bianca, quanto per i romanzi di spionaggio di “Segretissimo” (copertina nera) e per i “Gialli”: particolare curioso, per questi ultimi era quasi obbligatorio il fatto che un elemento del disegno dovesse “rompere” il cerchio; c’era sempre il lembo di un vestito, la testa di un cadavere, un’arma abbandonata, un oggetto caduto che usciva dalla cornice rotonda. Per “Urania” no, e l’insieme grafico, con i disegni a colori decisi, racchiusi in un tondo rosso, con il resto bianco, finì per essere un tratto distintivo molto più che nelle altre pubblicazioni.

“I cerchi di Thole”. E pensare che Karel, tutto sommato, non li amò mai molto, anche se erano diventati così caratteristici. Lui era un collaboratore esterno alla Mondadori e, da professionista, cercava di ottenere il più possibile dai suoi lavori, di cui manteneva il copyright. Spesso utilizzava un disegno più volte, rivendendolo ad editori di tutto il mondo (mai dello stesso Paese o per un uso simile, ovviamente); nel caso dei “cerchi” era però costretto a riempire i quarti mancanti in modo da ricondurre il disegno ad un più accettabile formato quadrato o rettangolare! D’altra parte, era davvero orgoglioso del fatto che i lettori identificassero la grafica della rivista con il suo lavoro.
Karel Thole era arrivato in Italia alla fine degli anni Cinquanta, quando aveva già più di una quarantina d’anni (era nato a Bossum, in Olanda, nel 1914) ed un lavoro avviato come illustratore. Si presentò alla Mondadori ed ebbe un vero colpo di fortuna: “Urania” era senza un copertinista, perché il grande Kurt Caesar si era trasferito a Roma e la rivista era stata affidata a Carlo Jacono, che illustrava anche i “Gialli” e “Segretissimo”. Jacono era bravissimo nel campo del poliziesco e della spy-story (ed anche nelle illustrazioni interne in bianco e nero per “Urania”, se di soggetto tecnologico), ma per la fanta¬scienza non era por¬tato, gli mancava il guizzo della fantasia, il senso del meraviglioso, l’ampiezza dell’immaginario spaziale.
Così chiesero a Thole di fare qualcosa di molto immaginifico, una via di mezzo tra il surrealismo di Dalì (e, forse di più, di Magritte) e la pittura metafisica di De Chirico, ovviamente con sog¬getto fantascientifico, ed egli integrò il tutto anche con influenze fiamminghe, in particolare da Hieronymus Bosch. Andò bene e dal luglio 1960 divenne il copertinista di “Urania” (inizialmente senza “cerchi”), disegnando le copertine sulla base di un riassunto di poche righe del romanzo che i curatori della rivista gli facevano avere. Non lesse mai un libro di fantascienza: non gli piaceva! Poi, nel corso degli anni, allargò la sua attività fino a collaborare con editori di tutto il mondo, e non solo nel campo della fantascienza o del fantastico. Fino al 1987, quando una grave malattia agli occhi lo costrinse a diradare sempre di più la sua attività, anche se pur di continuare aveva tentato il possibile facendosi costruire attrezzatura speciali quali lenti d’ingrandimento e luci particolari; si era persino rassegnato a disegnare su foglio bianco, lui che preferiva far emergere i suoi soggetti da un fondo nero . La sua ultima copertina apparve nel luglio 1988, e lui stesso ci ha lasciati due anni dopo.
Ma quest’uomo pacato e spiritoso, gentile e divertente resterà per sempre nella nostra memoria (magari con l’immancabile boccale di birra in mano e, negli ultimi anni, gli occhiali scurissimi), e vo-gliamo ricordarlo con una frase che ripeteva sempre: “Non sono un Artista ma solo un artigiano”. Per noi potrà anche essere sì un Artigiano, ma con la “A” maiuscola.
A pensarla così siamo in buona e vasta compagnia: nel 1981 la Mondadori (per la cura di Fruttero e Lucentini) pubblicò un libro di sue copertine intitolato Manuale dell’ignoto ma il cui sottotitolo era La pittura fantascientifica di Karel Thole. La Fondazione Rosellini (http://www.fondazionerosellini.it) ha pubblicato Karel Thole: pittore di fantascienza. La benemerita “Fondazione Rosellini per la letteratura popolare” di Senigallia (il volume non si trova in libreria e va richiesto direttamente) è un ente culturale riconosciuto che, tra le altre cose, pubblica interessantissimi libri illustrati; in precedenza – per limitarci a quelli di fantascienza – era apparso Gli illustratori di Urania: Caesar e Jacono, adesso questo su Thole. Decisamente imperdibile, perché contiene tutte – ma proprio tutte – le copertine non solo di “Urania” ma anche delle pubblicazioni gemelle: “Millemondi”, “Urania Blu”, i “Classici” eccetera; il volume è ovviamente di grande formato, tutto a colori, e ogni pagina contiene fino a nove copertine, ma moltissime sono quelle riprodotte a mezza pagina o a pagina intera. Insomma, costa 35 euro ma li vale.
Senza contare poi l’apparato critico,costituito da scritti di Gianni Brunoro, Giulio Cuccolini, Giuseppe Festino (anche lui notissimo illustratore), Fruttero e Lucentini, Franco Spiritelli e l’attuale curatore di “Urania” Giuseppe Lippi, ai quali rimandiamo per una analisi più profonda delle illustrazioni – pardon: dei dipinti. Noi possiamo solo rilevare che l’opera grafica di Thole è ancora oggi attualissima e che ancora si presterebbe ad illustrare romanzi di fantascienza. Non c’è lettore che non abbia apprezzato l’erotismo delle sue donne, anche se spesso aliene; la mostruosità dei suoi mostri e dei suoi alieni; la profondità dei suoi spazi e dei suoi abissi; l’immaginosità delle sue astronavi, delle armi futuristiche, degli ambienti sia urbani che extraterrestri. Ma soprattutto ad affascinare è il riuscito mélange spaziale e cromatico tra i vari elementi che compongono il disegno in un equilibrio che non deve nulla ai suoi modelli ma è solo dell’inimitabile Karel Thole.

da: Leggere: tutti 1
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Giorgio De Maria: il genio postumo del weird italiano – di Andrea Vaccaro

Il pezzo costituisce una delle voci del volume Guida ai Narratori fantastici italiani di Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo e Andrea Vaccaro, in uscita presso Odoya.

Giorgio De Maria (1924 – 2009) rappresenta uno dei “casi” editoriali più bizzarri del recente panorama letterario italiano. Morto nel 2009 in solitudine e povertà, ma ormai lontano dalla scrittura dalla fine degli anni Settanta, il suo nome viene improvvisamente riscoperto qualche anno dopo la sua morte grazie all’azione del critico e scrittore australiano Ramon Glazov, che riporta alla luce, in traduzione inglese, l’ultimo romanzo di De Maria, Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo, pubblicato originariamente in Italia nel 1977 da un piccolo editore milanese, Il Formichiere (che già tenne a battesimo il primo romanzo di Tiziano Sclavi, Film). Il romanzo, pubblicato negli Stati Uniti nel febbraio del 2017 con il titolo The Twenty Days of Turin: A Novel, con la traduzione dello stesso Glazov, suscita l’entusiasmo di pubblico e critica, tra cui Jeff VanderMeer, il più importante esponente del new weirdcontemporaneo. Viene inserito tra i migliori romanzi usciti nel 2017, ed è così che la sua completa riabilitazione avviene anche in Italia, con una nuova edizione del testo per Frassinelli nel settembre dello stesso anno.

Nato e vissuto a Torino, Giorgio De Maria si presenta subito come una figura eclettica: laureato in lettere, insegnante, pianista mancato (un crampo alla mano mise fine alle sue ambizioni), critico e autore teatrale, tra i principali esponenti del movimento musicale Cantacronache, giornalista per La Stampa, collabora con la rivista fondata da Giambattista Vicari Il Caffè, dove appaiono le sue prime opere di narrativa. Nel giugno del 1958 viene pubblicato sulla rivista il racconto “La fine del quotidiano. Racconto di fanta-arte”. L’inizio del racconto è folgorante (soprattutto letto ai giorni nostri): Da una enciclopedia domestica del 3000: Voce: ARTE o RIPRODUZIONE «Fenomeno nato con l’uomo, spentosi prima di lui con l’assassinio di Papa Benedetto XVI (20 febbraio 1995) […] Consisteva nell’istinto di riprodurre più o meno fedelmente immagine contratte dalla retina. Spiegazione del fenomeno si ebbe soltanto in seguito alla scoperta delle micro cellule di Rommler (1989)… L’assassinio di Papa Benedetto XVI! avviene per mano di Emilio Eboli, protagonista e paladino del movimento del “quotidianismo”, in lotta contro l’esplosione oscena e surreale dell’arte guidata dal vate oscuro Maurice Bataille, con la sua Parigi degli orrori: La torre Eiffel era indescrivibile; ovunque, dai supporti, dalle travature, penzolavano figure umane in posizioni stravolte e altre raggomitolate in se stesse, rimanevano perennemente a mezz’aria come se un fotografo le avessero riprese in quel preciso istante. La storia presenta molte delle caratteristiche che si ritroveranno nelle opere successive di De Maria: una profonda riflessione sulla condizione dell’uomo moderno, l’impiego di realtà future o alternative come scenario della vicenda, una profonda tensione spirituale. Nel successivo “Il generale Trebisonda” (Il Caffè, luglio 1964) si ipotizza (in un mondo alternativo o futuro?) una guida spirituale, il Gran Maestro Tibetano, per gli Alti Comandi militari, secondo i dettami del Ministero della Guerra. In un’atmosfera degna dei migliori racconti di guerra di Bierce, è ancora una volta la spiritualità a venire in soccorso il destino ineluttabile del generale Trebisonda e delle sue truppe. In “La morte a Missolungi” (Il Caffè, n. 3-4, 1971), un triangolo amoroso tra un umile mercante, sua moglie e il poeta maledetto Lord Byron, si trasforma presto in un inquietante caso di vampirismo artistico. De Maria scrive negli anni ’60 anche una sceneggiatura per la Rai, a tema fantascientifico, Prova d’appello, degna del miglior episodio di Black Mirror: in un gioco televisivo si decide la vita o la morte dei condannati a morte in base alla loro popolarità. Purtroppo la sceneggiatura rimase nel cassetto e fu pubblicato nella rivista Sipario solo molti anni dopo.

Nel 1968 esce il primo romanzo pubblicato da De Maria, I trasgressionisti, cui seguono I dorsi dei bufali (1973) e La morte segreta di Josif Giugasvili (1976), romanzo in cui, ancora una volta, De Maria si affida alla Storia, con la S maiuscola, per tessere la tela del suo romanzo: in questo caso siamo in Russia, e l’evento è la morte di Josif Giugasvili, meglio noto come Stalin. Il romanzo si sviluppa a scatole cinesi, con l’inserimento dei diari di Saska, fedele servo di Stalin, e un fantomatico “taccuino nero”, in cui si narrano le vicende del poeta/attore Volodia Vassilievic (forse ispirato al cantante poeta e cantante russo Vladimir Vysockij), la cui attività artistica, come una sorta di involontario Cyrano, giocherà un ruolo fondamentale nelle violenze e nella fine di Giugasvili: ancora una volta, così come nel racconto “La fine del quotidiano”, centrale è il rapporto tra arte e autorità, tra immaginazione e potere, tra azione e spiritualità.

Nel 1977 viene pubblicato il quarto, e ultimo romanzo di De Maria, Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo. La storia si svolge a Torino, dieci anni dopo quelle che furono definite le “venti giornate di Torino”, quando la città fu colta da un improvviso caso di insonnia e psicosi collettiva da parte di alcuni suoi abitanti. Dopo dieci anni un uomo cerca di fare luce su quanto accaduto. Il romanzo è pervaso da un senso di angoscia e claustrofobia, alimentato dall’incapacità del protagonista (e dell’essere umano tout court) di comprendere la realtà circostante e di affrontare l’ignoto. Ancora una volta il tema della spiritualità, di vedere al di là del velo, è il nucleo portante del romanzo. Il protagonista, un semplice privato cittadino, un impiegato, suonatore di flauto mancato (così come musicista mancato fu lo stesso De Maria), e del cui nome non si fa mai menzione, indaga su i primi casi di insonnia, e delle visioni a essa collegate: Giovanni […] diceva di avere molto sonno ma di potersi assolutamente addormentare… parlava di un lago molto basso, del fondo del lago dove invece di sassi c’erano bassorilievi. E ancora: I sonniferi non potevano servirgli, non potevano fare abbassare il fondo del suo lago, non c’era niente che potesse farglielo abbassare… Ricordo che parlava di spazio, di spazio!… Voleva dello spazio!… Diceva che entro di lui lo spazio era sparito, non ne aveva più per muoversi, per girarsi; disse anche questa frase terribile: se anche volessi uccidermi non troverei lo spazio per morire! Un terrore metafisico, una descrizione che ricorda le atmosfere di opere come Il processo Kafka, che lo stesso De Maria indicò come fonte di ispirazione, o L’altra parte di Alfred Kubin. Le percezioni (o forse la stessa realtà percepita) sono strane e “sbagliate”: il suo olfatto avrà avvertito uno strano odore, come d’aceto, che a quel tempo stava inquinando l’aria… Ma anche chi non è colpito dall’insonnia, è testimone di strani fenomeni uditivi: Non avrei, in breve, un termine per definire l’urlo che ho sentito… Chiamarlo bestiale? Disumano? Semmai, ma il grado di approssimazione è sempre molto alto, lo descriverei come un terribile grido di guerra con al fondo qualcosa di grigio, di metallico… Una descrizione degna delle migliori storie di Weird Tales, e la mente corre non tanto a Lovecraft (a cui viene spesso ora accostato De Maria), ma ancor di più alla penna straordinaria di Fritz Leiber. L’insonnia sfocia in violenza, quando le persone colpite, o meglio, afflitte da questo male inspiegabile scendono in piazza, come automi, vuoti ricettacoli di violenza. E quando per le strade la violenza dilaga, le descrizioni seguono la follia e il delirio degli avvenimenti, senza rinunciare a una certa dose di elementi “splatter”: Rosaura Marchetti […] ebbe il volto fracassato, due lividi circolari attorno alle caviglie, delle ecchimosi all’altezza della vita. Due mani dotate di forza impressionante dovevano averla agguantata nella zona mediana del corpo e quindi oplà! in alto quanto bastava per prenderla ai malleoli e farla roteare: un centrifugazione terminata col suo spietato abbattimento contro un corpo solido. Va rilevato che il «corpo solido» contro cui la signora Marchetti fu sbattuta era questa volta un monumento: il monumento a Edmondo De Amicis […] il volto baffuto dello scrittore piemontese, sporgente dal lastrone di marmo, ancora imbrattato di sangue e di materia cerebrale; gli spruzzi sanguinosi della vittima che si irradiavano fino a lambire i bambini dei bassorilievi. Torino, forse la vera protagonista della vicenda, da città magica per eccellenza, diventa “teatro dell’incubo”: le sue statue, i lunghi viali, i palazzi sono testimoni (e forse anche complici) di questa esplosione dell’irrazionale. Attraverso l’accumulo di descrizioni e situazioni cariche di mistero e follia, riesce a trascinare il lettore in un vortice di paura e angoscia. Col proseguire delle indagini, altri elementi vengono alla luce, e una maggior analisi delle terribili urla ci riportano a descrizioni che non possono non richiamare alla mente Lovecraft: un sommesso impasto di voci, da cui ogni tanto ne emergeva una, di timbro metallico, che pareva esprimere una precisa volontà di aprirsi un varco. E ancora: Sentii allora sopraggiungere un cupo gorgoglìo, un rimestare profondo di acque melmose, seguito da un risucchio, che manifestatosi dapprima come una discreta suzione a poco a poco andò trasformandosi in un avido, diffuso abbeveraggio, come se centinaia di bocche si stessero immergendo in un pozzo gigantesco intenzionate a prosciugarlo… Pareva che una sete millenaria avesse trovato finalmente una fonte a cui saziarsi.

Torino, città della magia e dello spiritismo, muta ancora una volta: attraverso un registratore speciale, vengono registrate le voci/le urla/i suoni, ma non si tratta delle “classiche” voci dei morti, qui si tratta di qualcosa di più arcano e sconosciuto. In tutto il romanzo c’è la consapevolezza di superare i canoni della classica storia dell’orrore e di fantasmi. Quasi beffardamente a un certo punto si dice: “Sì, però nelle ghost-stories alla fine le allucinazioni si rivelano fondate: i fantasmi ci sono davvero”. In effetti qui non ci saranno “fantasmi”, ma qualcosa di diverso, di altro, di non-conoscibile. Nel romanzo non è assente un’altra tematica tanto cara a De Maria, il rapporto tra potere e arte, con l’invenzione della Biblioteca. L’invenzione della Biblioteca, se pur può avere discendenze borghesiane, si distacca dal metafisico luogo sognato dal maestro argentino: nessuna pretesa di eternità o di infinito, bensì ricetto di diseredati, asociali, scrittori mancati: Il frequentatore tipico della Biblioteca era un individuo timido, desideroso di approfondire la propria solitudine e di farla pesare al massimo sugli altri. Ma dove l’invenzione di De Maria diventa geniale è la visione della Biblioteca come luogo di condivisione di esperienze vissute, reali: Tu, potrai collaborare frequentandola per leggere, oppure portando dei tuoi manoscritti che saranno archiviati e numerati e che verranno a costituire a loro volta il materiale di lettura. A noi non interessano la carta stampata, i libri, c’è troppa finzione nella letteratura, anche in quella cosiddetta spontanea… noi siamo alla ricerca di documenti veri, autentici, che rispecchino l’animo reale della gente, che possano, insomma, considerarsi per davvero dei soggetti popolari… possibile che tu non abbia mai scritto un diario, un’autobiografia, una confessione di qualche problema che ti turba? Non sorprende che alla lettura del romanzo si sia gridato al talento visionario e anticipatore di De Maria, con la predizione dell’avvento di Facebook e del fenomeno dei social. E non si fatica a vedere anche una forte polemica dell’autore verso il mondo di quell’editoria che tanto aveva disatteso le sue speranze. L’aspetto più straordinario del romanzo è la capacità di creare una vera e propria escalation dell’incubo, arrivando sino al finale, uno dei più belli in assoluto della letteratura fantastica italiana. Lo sdoganamento negli Stati Uniti ha portato ad accostare il romanzo di De Maria ad autori quali Poe, Lovecraft (è possibile, se non probabile, che De Maria abbia letto Lovecraft nella prima e più celebre raccolta mondadoriana del 1966, I mostri all’angolo della strada), ma è certamente la letteratura italiana ed europea a rappresentare la principale fonte di ispirazione, da Kafka a Buzzati, da Musil a Landolfi, e se degli accostamenti tra i grandi del fantastico in lingua inglese si devono fare, alla mente corrono due grandi come Robert Aickman e Fritz Leiber, maestri, come De Maria, nell’esprimere l’irruzione dell’irrazionale nella realtà. Nello stesso anno di Le venti giornate di Torino esce Dissipatio H.G., il romanzo postumo di Guido Morselli, autore che tanti punti in comune ebbe con lo stesso De Maria, in particolare la cecità del mondo dell’editoria nei loro confronti. De Maria sopravvisse alla sua opera, ma dopo la pubblicazione di Le venti giornate di Torino, che non ebbe successo e cadde presto nel dimenticatoio, interruppe l’attività di scrittore, attraversò diverse crisi mistiche per poi precipitare nei meandri della follia, e morire nel 2009 in povertà. Grazie alla lungimiranza di Ramon Glazov il nome di Giorgio De Maria sta lentamente uscendo dall’oblio, così come speriamo l’intera sua produzione, percorso a cui ha dato il via Le venti giornate di Torino, capolavoro della letteratura weird, e non solo italiana.

Bibliografia
La fine del quotidiano. Racconto di fanta-arte, in Il Caffè, a.VI, n.6, giugno 1958; Il generale Trebisonda, in Il Caffè, a.XII, n. 2, luglio 1964; La morte a Missolungi, in Il Caffè, a.XVIII, n. 3-4, 1971; I trasgressionisti, Mondadori, 1968; Il dorso dei bufali, Mondadori, 1973; La morte segreta di Josif Giugasvili, Il Formichiere, 1976; Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo (Il Formichiere, 1977), Frassinelli, 2017; Prova d’appello, in Sipario, n. 383, 1978.

da carmillaonline 

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“Futura Lex”: Introduzione – di Gian Filippo Pizzo

IL FUTURO ARRIVA CON… LA SENTENZA FINALE

Introduzione di Gian Filippo Pizzo all’antologia (fresca di stampa) «Futura Lex»

Quando ho lanciato agli autori l’idea di questa antologia mi ero preparato anche una serie di suggerimenti su quale avrebbe potuto essere l’idea centrale del racconto. Temevo infatti che l’argomento potesse risultare ostico a molti, come mi era successo per l’antologia di “fantaeconomia” Il prezzo del futuro, apparso in questa stessa collana nel 2015, quando molti (soprattutto scrittrici) mi avevano risposto di non avere competenze in quel campo (però l’antologia è venuta bene lo stesso, grazie a chi ha partecipato). Figurarsi, ho pensato, affrontare da un punto di vista più tecnico e ciò nonostante rigorosamente fantascientifico un argomento quale la legge, nelle sua varie sfumature di legislazione, giurisprudenza, fase processuale o altro.

Perciò mi ero segnato alcune idee che potessero costituire la base della narrazione. Una era l’uccisione di un alieno – o anche la “disattivazione” di un robot o comunque la distruzione di un androide o di un replicante – con conseguente processo imperniato sul concetto di umanità e di conseguenza sul significato di quello di omicidio. Idea certo non originalissima ma che inserita in questo contesto particolare avrebbe potuto condurre a buoni risultati: d’altra parte tutto dipende da come i soggetti vengono svolti.
Un’altra era, e qui speravo nei medici/scrittori che avevano manifestato interesse, la cura di un malato con terapie proibite che però aveva avuto successo: è più importante la normativa o la deontologia professionale e la salvezza di un paziente? In effetti mi pare che ultimamente questo argomento sia già presente nella vita reale, ma penso che proiettato in una ambientazione futura avrebbe potuto funzionare lo stesso.
Una terza idea era la presenza in sede processuale di un “attore” informatico, robot o intelligenza artificiale, in veste di avvocato, accusatore o giudice: questa, senza che l’abbia comunicata ad alcuno, è in effetti presente in più di un racconto, anche se a volte solo in secondo piano. Segno che si tratta un’idea ormai matura e, per così dire, presente nell’aria, nella coscienza di tutti.

Una trovata veramente folle era che una delle famose Leggi di Murphy – non quella principale secondo cui “se qualcosa può andar storto lo farà” ma una delle particolari (per esempio la Costante di Murphy: “Le cose vengono danneggiate in proporzione al loro valore” oppure la Prima legge del bridge: “È sempre colpa del compagno”) – avesse efficacia legale: chissà se qualche autore ne avrebbe tirato fuori qualcosa?
Un altro soggetto poteva essere ricavato da questa citazione di Ubik di Philip K. Dick:

«Ti pagherò domani» disse alla porta. Tentò ancora con la maniglia. La porta rimase sempre chiusa. La porta non si mosse.
«Quello che ti pago» lui informò la porta «è soltanto una mancia, io non devo pagarti.»
«Io la penso diversamente» disse la porta. «Guardi nel contratto che lei ha firmato acquistando questo appartamento.»
Dal cassetto vicino all’acquaio Joe Chip estrasse un coltello di acciaio inossidabile; con quello prese a smontare sistematicamente l’impianto di apertura della porta ingoia-quattrini.
«Le farò causa» disse la porta, quando la prima vite scivolò sul pavimento.
Joe Chip mormorò: «Non sono mai stato portato in tribunale da una porta. Ma immagino che riuscirò a sopravvivere».

Certo inserirsi in uno scritto di Dick, che miscela come nessun altro situazioni satiriche con personaggi tormentati, non è impresa da poco, ma io suggerivo solo lo spunto iniziale.

In ogni caso di questi consigli non c’è stato bisogno: gli autori hanno trovato autonomamente di cosa scrivere e come inserirlo nel tema assegnato. Sono rimasto abbastanza sorpreso perché tutti hanno saputo realizzare trame convincenti coniugandole con dei credibili spunti di carattere legale, oltretutto ben orchestrati anche dal punto di vista giuridico. E non solo da parte degli avvocati di professione presenti.

In particolare, quello che avrebbe potuto essere il mio primo suggerimento è stato, senza saperlo, adottato da diversi scrittori, però capovolgendolo: è l’androide – o il replicante, comunque l’essere artificiale – a macchiarsi del crimine. Milena Debenedetti solleva il quesito dell’attribuzione di esistenza agli androidi – o simili – con uno sfondo dall’indiscutibile valenza sociale. Sfondo importante che è presente anche nel racconto di Monica Serra, bello e ugualmente drammatico. Antonino Fazio, con piglio più leggero che stempera la tragicità della situazione, si confronta con l’esistenza di un replicante: il suo è l’unico racconto che non cita espressamente alcuna legge o che descrive un procedimento ma l’aspetto legale è manifesto. Pure Sara Elisa Riva si muove nello stesso solco mostrando un androide che commette un reato (ma non un delitto): paradossalmente per giungere alla conclusione voluta la causa dovrà essere persa.

Carducci & Fambrini, sempre ottimamente presenti nelle mie antologie, risolvono il problema di attribuire la cittadinanza italiana (!) a un manufatto (un’astronave), inserendo la vicenda in un quadro più ampio perché galattico e quasi trascendente, dal sapore silverberghiano. Davide Del Popolo Riolo è quello che si allontana di più dal tema, perché la sua ipotesi legislativa è solo lo spunto della storia e non ne costituisce il nucleo, ma il suo racconto è molto bello. Lorenzo Fabre immagina, con uno stile vivido e un linguaggio molto contemporaneo, un futuro in cui le sentenze sono emanate via web, ma non trascurando i rapporti interpersonali che dalla virtualità della rete calano nell’esistenza reale. Idem Falcioni & Garello, che con la verve che avevo già apprezzato in precedenti racconti ci danno un altro quadro possibile della vita futura (probabilmente già presente) dominata dall’interazione informatica, affrontando anche un tema molto attuale, quello della maternità surrogata.

Il racconto di Michele Piccolino è divertentissimo, pieno di trovate umoristiche, ed è quello più aderente al tema senza risultare tecnicistico; risale a qualche anno fa, ma pur avendo vinto dei premi era rimasto inedito e sono felice di poterlo pubblicare. Franco Ricciardiello è stato l’autore più originale, perche il suo scritto riguarda non la legislazione occidentale ma quella islamica, con un notevole impatto sociale e il consueto bellissimo linguaggio allusivo. Il racconto di Stefano Tevini è il più breve ma ugualmente denso: in pochissime pagine riesce a parlare di intelligenza artificiale, rapporti tra colleghi, stravolgimenti planetari, speculazioni finanziarie, tutto partendo da dati assolutamente reali, ossia le numerosissime leggi strane o addirittura ridicole che sopravvivono nell’ordinamento di molti Stati. Claudia Graziani e Massimo Sensale hanno avuto, senza ovviamente saperlo, la stessa idea di Piccolino (persino il colpo di scena finale è simile) ma con un tema e un’ambientazione diverse, e il racconto si legge con divertimento. Tra l’altro, questi due racconti usano anche il dialetto: per chi è assolutamente sostenitore della fantascienza italiana (come me, da oltre trenta anni) questo è un punto di merito che accresce le possibilità di sostenere la validità di una science fiction nostrana.

Questa antologia contiene anche un mio racconto che risale al 1977 e fu pubblicato l’anno successivo su un fascicolo speciale del Cosmo Informatore dell’Editrice Nord, e che è il più tradotto tra i miei (volete mettere la soddisfazione di trovarsi sulla rivista ungherese Galaktika assieme a Sheckley, Pohl e Asimov?) e non è stato più ripubblicato. Avevo pensato di riscriverlo, ma dalla lettura degli altri racconti mi sono reso conto che come tematica è ampiamente superato per cui lo ripropongo com’era: consideratelo una testimonianza storica.

Un’ultima notazione. Dei 16 autori qui presenti – tre racconti sono scritti a quattro mani – 5 sono donne, una percentuale che non ero mai riuscito a raggiungere (che fu anche il motivo per cui in questa stessa collana pubblicai l’antologia solo femminile Oltre Venere) e che non è stata cercata espressamente: è solo un piccolo passo, ma che sia il sintomo che qualcosa nel nostro piccolo mondo stia finalmente cambiando?

«Futura Lex», Edizioni La Ponga, p. 238, € 18,99

da 

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